Plasticità cerebrale: studi confermano crescita cervello anche in età adulta

Il cervello è caratterizzato da una proprietà discretamente nota: la plasticità cerebrale, che ha letteralmente soppiantato il concetto per il quale il cervello fosse un organo “statico”, ossia senza possibilità di crescita dopo l’adolescenza.  La plasticità si sviluppa su diversi “livelli”: dal singolo neurone ad un “rimappaggio” corticale ( cioè le vie di comunicazione dei neuroni nelle nostre diverse aree).

La plasticità cerebrale racchiude la capacità del cervello di reinventarsi, sia dal punto di vista strutturale che funzionale.
Si intuisce che ci sono due livelli di plasticità, appunto: funzionale e strutturale.

La plasticità funzionale interessa la realizzazione di nuove vie di comunicazione tra i neuroni.
Si basa sull’ipotesi espressa da Donald Hebb, psicologo canadese, che cita:

“ Quando l’assone di un neurone A è abbastanza vicino ad un neurone B da poterlo attivare o da prendere parte in maniera consistente nella sua attivazione, il risultato è una crescita in termini metabolici e di coinvolgimento per entrambi i neuroni”.

Cosa vuol dire? Che quando due neuroni (o sistemi di neuroni) si attivano vicendevolmente tendono ad essere definiti “associati”, creando nuove strade per la comunicazione cerebrale.
Il fine ultimo della plasticità funzionale è, dunque, quello di riuscire a creare un vero e proprio allenamento per l’apprendimento: nello specifico, si tratta di intervenire sulla realizzazione di più canali nella cellula post sinaptica per l’ingresso dei neurotrasmettitori, così da incrementare non solo la velocità delle informazioni, ma anche la portata delle nozioni.

 

 

Di qui, il concetto della LTP, cioè la Long Term Potentiation: in breve, avvengono stimoli sincronizzati della cellula pre sinaptica, poi post sinaptica e così via, al fine di incrementare la plasticità sinaptica creando più connessioni per la trasmissione dei segnali tra neuroni.

Per quanto riguarda la plasticità strutturale, invece, si verificano nuove connessioni sinaptiche ( fisiche, quindi di contatto) e la crescita vera e propria di nuovi neuroni, comprese le vie di comunicazione che ne possono derivare. Viene coinvolta quindi la morfologia cerebrale.

Facciamo un esempio: basti pensare ad un paziente diventato cieco in seguito ad un incidente.
I percorsi neuronali coinvolgenti la vista non muoiono, ma vengono letteralmente “reinvestiti” per sviluppare nuove connessioni che trasportano segnali completamente diversi da quelli della vista.

Un altro elemento chiave della plasticità strutturale è la neurogenesi, che fu scoperta e dimostrata nel 1997 da Elizabeth Gould della Princeton, dimostrando questa capacità cerebrale nei topiragni.
La neurogenesi avviene anche in un cervello adulto: si tratta della vera e propria nascita di nuovi neuroni, che avviene nell’ippocampo e costituisce un’ancora di salvezza non solo per le malattie neurodegenerative ( come l’Alzheimer), ma anche per l’attività cognitiva di soggetti sani.

Tornando ai giorni nostri, è proprio da quest’ultimo concetto che si sviluppa lo studio che ha confermato la crescita del cervello anche in età adulta.

Pubblicato nella rivista Science, lo studio condotto da Jesse Gomez dell’università di Stanford in California ha confermato che la crescita cerebrale in un cervello adulto avviene precisamente nell’area coinvolta nel riconoscimento facciale.

“Questo tessuto cresce realmente” ha spiegato Gomez.

I ricercatori definiscono importantissima la formazione di nuove microstrutture costituite (forse) da nuove organizzazioni dei dendriti (ramificazioni del soma del neurone, coinvolti nella ricezione delle informazioni dall’ambiente circostante). Ma di questo, i ricercatori stessi non sono ancora sicuri.
Sono certi invece i dati dello studio, che derivano dall’analisi dell’attività cerebrale di 22 bambini e 25 adulti, attività studiata grazie alla MRI.

Come la stessa Raffaella Tonini dell’Istituto Italiano di Tecnologia afferma

“e’ una ricerca molto interessante e importante e segna un notevole avanzamento, perche’ potrebbe avere implicazioni nella comprensione dei meccanismi alla base dei disordini dello sviluppo che portano a disturbi come autismo e schizofrenia”. (science.closeupengineering.it)